Bologna, 12 Settembre 2012

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Nuda.
è una di quelle sensazioni che a volte aspetti di provare, altre invece preferiresti nasconderti e scavarti una fossa.

Lo sanno, loro sì che lo sanno.
Sanno quanto per me sia naturale vagare nuda, intendo nuda senza abiti. Ma no, non amo affatto sentirmi nuda ed essere coperta fino al collo, non amo affatto essere nuda, trasparente, qualcosa di visibile.

Oggi ho paura ma non scappo, giustifico dicendo che corro un po’.
Incontro aironi impauriti, come me. Incontro marionette per strada che provano a strapparmi la pelle con i denti, con le unghie…Corro e la paura pian piano si fa forza.

Mi sento coperta d’abiti ed invalicabile, mi sento protetta da un muro. Ora.

Il tempo ce l’ho in mano; mi sento aria.
Sono tutto ciò che la gente vede, sono tutto ciò che la gente vuole. Sorrido se mi dicono di sorridere, annuisco se mi dicono di annuire, parlo se mi dicono di parlare, ma no, non piango. Ho smesso!

Io ho amato come lui, ho amato con certezza ma forse fingo che non sia così…ed allora dipingo dei puntini fingendo siano stelle.
Se lui si nutre dei vostri vizi io li vomito. Vomito il vostro marcio.
Quasiasi cosa io sia, voi non mi vedete. Non ancora. Ma ci sono, sono dentro di voi, oltre che in una stanza d’albergo, oltre che in un letto tra grigie e sfatte lenzuola.
Io ci sono.

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Ph Gabriele Rigon

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Londra, 7 settembre 2012

 

In vero, seppure io sappia chi sono stato chi sono e chi saro’, il tempo unico senza morte che attraverso rende grottesca l’idea stessa della trasformazione. E dunque mi domando cosa voglia dire che un tempo fui. Qualsiasi cosa fui.

Io indossai. Ecco, indossai. Abiti maschere parentele. Cariche pubbliche e cappelli da neve. Se amai non so dirlo, poiche’ dell’amore quel che si dice e’ che finisce o sia infinito. Ebbene mi strussi per amori defunti, in passato. Amori che durarono il per sempre degli umani. Non finirono. Mi vennero solo a noia. La noia divenne tedio, il tedio languore. E poi svanirono, in bocca ai giorni identici, tutti i tratti fermi nei ricordi.

E cosi’ chi puo’ dire cosa fui se fui e se amai? Posso amare solo cio’ che non esiste, cio’ che ancora deve nascere. Perche’ solo li’ ripongo la speranza che un alito nuovo mi avvolga il mento e mi rinfreschi il naso. Amo, no, anelo cio’ che non e’. E mi nutro dei vostri vizi. In particolare, del vizio di aver paura di non essere piu’. Del vizio inconsapevole che vi fa marcire: Voi temete che spezzare il tempo possa farvi smettere di gioire. Quando invece io so, pur ignorando chi fui chi sono e chi saro’, come tutto cio’ che vale lo stare al mondo, sia soggetto al ciclo che inizia dall’alba e si chiude al tramonto.

 

Palermo, 16 Aprile 2012

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Avevo lasciato molte cose in casa, in quest’unica casa che davvero mi appartiene. Era molto che non tornavo.

Oggi sono qui, almeno col corpo ci sono, la mia mente è ancora altrove.
Ieri, rientrando in casa dopo mesi, ho trovato una lettera, c’era su scritto solo il mio nome in basso a destra, sul retro. Ho pensato che venisse da attimi passati della mia vita, che fosse arrivata da un’altra epoca.
Ho fatto molta attenzione nell’aprirla, avevo paura di rompere il delicato modo con cui era stata richiusa. Era una lettera con una scrittura spigolosa, toni soavi, aulici, qualche macchia, eppure era per me. Riconoscevo, in quelle sensuali parole, tutto ciò che c’era descritto, riconoscevo i graffi, i dolori e l’amore. Mi sono dovuta impegnare poco per poter rispondere.

E’ da un paio di giorni che ho la sensazione d’essere come seguita, anche Giorgia mi ha vista preoccupata, baciandomi con amore non appena mi sono lasciata Bologna alle spalle.
Non temo nulla, oggi non ho paura, ma a volte sento un respiro sul collo, gelido, come in un sogno.
A volte per strada sorrido a chi mi osserva, perché il loro rispondere cortese mi fa percepire quale pensiero sorge in loro, quale curiosità li spinge ad osservarmi.
Incrocio molti uomini ultimamente, che mi sorridono, eppure pochi mi percepiscono davvero ed io alla stessa maniera percepisco poco loro. Sarà questo mio vagabondare che offre incertezza nel chi mi sta accanto, in chi mi osserva.

 

Ph AnitaScianò

Trieste, 10 aprile 2012

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Del passato ho poca stima.

Benche’ la consapevolezza che il tempo, per me, non sia un confine serio in divenire, lasci poco margine agli arzigogoli forsennati che la mente degli altri esseri umani compie fabbricandosi e rielaborandosi il ricordo dei fatti vissuti, lo stesso io poca fiducia ripongo nel mio sistema evocativo e nella mia memoria. Chi lo dice che non mi giocano qualche altro tiro, di tipo magari differente ma comunque mancino, quando tento di ricostruire cio’ che fu?

Ieri ho sognato ancora.

Nel sogno c’e’ una ragazza che sorride. Sta seduta, coi gomiti piantata in un tavolo e scrive. E’ nuda, e attraverso la finestra si intravedono le punte degli alberi dei giardini Margherita, a Bologna. E’ una studentessa. Le gambe le ha di poco divaricate, la testa chinata, immersa. Come un sommozzatore sta, alla ricerca dell’anello di un qualche imperatore romano: Sprofondato deve sembrarle, il monile, negli abissi da una tempesta. Sul letto l’attende un’altra donna, ma io non la vedo in volto, poiche’ nel sogno io sono il ferro, la testiera del letto frapposta tra le sue spalle e il muro. Non le vedo il viso ma le spalle si. E sulle spalle di questa seconda donna sono evidenti i graffi. Segni di unghie, di cinghie, di corde e di zanne. Mi accarezzo con le mani i ghirigori metallici che compongono il mio corpo onirico. Esattamente come accarezzerei i canini, se fossi un giaguaro sull’arena e lei una giovane cristiana. Mi accarezzo le barre a sostegno della mia struttura. Esattamente come mi accarezzerei il pene duro, se fossi li’ alle sue spalle e fossi di carne. Nel sogno so esattamente cosa cerca la prima donna seduta alla scrivania. So di quale monile si interessa. E so che su quel monile c’e’ impresso il volto della ragazza di spalle adagiata sul letto. So anche che la riconoscerei subito se potessi guardare. l’anello o il suo volto. Ma l’anello imperiale e’ al mio dito, nascosto, e il dito e’ un cerchio freddo e rigido di ferro immobile.

Quando mi sono svegliato, questa mattina, mi sono affacciato dal balcone dell’albergo e ho guardato ad occidente. Oltre il verde adriatico stanno quella schiena, quel nome e quel corpo fiorito. Saperlo e’ come contare le formiche per riconoscerle tra un anno. Non serve a niente. Quello che mi serve e’ attraversare il mare. Perche’ qui ed ora, in questo inverno umido di scogli e muffa, mi sembra solo di conoscere l’odore di un pasto sfuggito alla consapevolezza. Mi sembra solo di essere sicuro di qualcosa che non so se e’ leggenda, consuetudine nel mio narrare, o scoperta. Qualcosa che e’ una favola di un arcaico narratore che me la lascio’ in pegno, o la verita’. Qui, cosi’, da questo mare, cio’ che leggo in me e’ l’amore per l’airone che non mi vola piu’ accanto da 20 secoli, la laboriosita’ che non sperimento piu’ da allora di quelle labbra che mi bevevano il seme, la pazzia del mio verbo che le cuoceva l’ano sfregandoci dentro e che piu’ non compie il prodigio da 2mila anni, il nostro legame di fratello e sorella che conosco e mi sfugge, come mi sfugge a tratti la verita’ dei nostri nomi sussurrati negli ansimi del delirio d’amore e morte. Di noi immortali, flebili nascosti all’ombra di un destino da Dei carnali. Identici per sempre a come eravamo quando le stringevo la chioma e la chiamavo Drusilla. Quando torceva il collo e strappava, con le labbra, la febbre dalle membra del suo gemello Caligola.

Bologna, 2 aprile 2012

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Sono passata dai giardini Margherita oggi, dopo i giorni passati a Nizza mi mancava un po’ questo posto.
Sono andata a trovare Giorgia, un’amica che non vedevo da un po’.
Mi ha aperto la porta accogliendomi con un sorriso timido. Fuori c’era un tale caos. Vive in pieno centro lei, in una viuzza stretta, all’ultimo piano, vive ancora sola, in una casa che anni fa arredammo insieme. Abbiamo parlato un po’, sapeva dei miei viaggi, ma non ha mai fatto troppe domande, mi conosce bene lei del resto.
E’ bella Giorgia, molto bella, ci conosciamo dal ’97 e da lì non ci siamo lasciate un attimo, fino al 2009, quando io sentii di dover andare via.
Probabilmente esiste gente che non ha bisogno di un posto fisso, gente non legata a nulla se non a se stessa ed a ciò che dipinge sugli altri.
Ci sono aironi che non vogliono un lago loro ed allora scappano via, o vagano da un lago all’altro, in cerca solo di chi li accoglie con timidi sorrisi. Ecco perchè al mondo siamo soli nella stessa quantità di quanto non lo siamo. Giorgia era uno di quegli aironi che accoglie tutti gli altri girovaghi. Io sono uno di loro forse, o forse devo solo trovare il mio posto, il mio lago.
Ho raccontato a Giorgia di quel tipo indaffarato incrociato nel corridoio dell’albergo di Nizza; è stato davvero uno sguardo di qualche secondo, eppure mi sono sentita nuda, piccola. Il giorno dopo non era più li, non era più nel mio stesso albergo; l’ho cercato la sera, avrei voluto incrociarlo ancora, magari in qualche bar, senza la frenesia che lo avvolgeva, mai mi ero sentita così piccola.
Oggi, prima di partire per Bologna, mi sono svegliata con i segni di un morso, sulla spalla…
Ora Giorgia mi sorride, mentre nuda mi osserva distesa sul letto della camera di fronte a quella da dove sto scrivendo.
Noterà i miei se/ogni?

Asti, 26 marzo 2012

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I germogli invadono il mondo con una regolarita’ disarmante, anche quest’anno e’ cosi’. La sciocca felicita’ che leggo negli occhi dei miei simili dissimili e’ un veleno, si, ma nemmeno mi uccide. Si puo’ morire di tedio? Pare sia la mia unica speranza. Va bene gente, e’ primavera. Le rondini faranno ritorno in questa landa oscena e la stagione dell’amore portera’ nuova grana nelle tasche della Perugina. Contenti? Amatevi e moltiplicatevi. Prendetevi le cotte e seguite il feretro del vostro sgomento di fronte al nudo cielo che di notte mostra le sue reali sembianze. Chiudete gli occhi, mi raccomando, quando e’ buio. Che rimanga solo un sogno la vostra esistenza, l’intervallo necessario tra il nulla e il senso che non e’.

Dalla porta finestra della mia stanza d’albergo vedo la piazza del Palio. La stazione. E la grande torre mussoliniana, simile ad un enorme cazzo con due spropositate palle rosse. Sembra una invocazione alla potenza fallica agognata da chi e’ impotente. L’invocazione di un miserabile al Dio inesistente. Il cane nano che abbaia. Il gatto che gonfia il pelo per sembrare un puma e scoraggiare l’avversario. L’ho guardata bene stamattina, scopando la cameriera del bar Alfieri. Si chiamava Tamara, se non ho capito male. Scura di capelli e viso, con due tonde natiche fatte apposta per essere spaccate al mezzo. La sua altezza era perfetta per essere montata cosi’, in piedi, affacciata al piccolo balconcino, china sulla ringhiera mentre simulava indifferenza coi passanti che dal basso sicuramente la miravano in volto. Il resto, e col resto intendo anche me, era celato dalla tenda. L’ho sentita gemere lungamente, eccitata piu’ che dal mio pene, dalla posa assunta, dalle pecore bagnate e provinciali che fremono di pruriginosi sotterfugi meschini. Bagnata lei, distratto io. Distratto dai germogli, dalla fregola di bella stagione, dalle implorate e sicuramente disattese novita’ che ognuno di questi scialbi individui prega. E dalla torre fascista, vanto di una mancanza insabbiata.

Ad un certo punto l’ho sentita, Tamara, spingermi il corpo piu’ forte contro il bacino. Un po’ si voltava a guardarmi. Forse mi sentiva distante dal gioco che pensava stessimo facendo insieme. Quanta stupidita’ scorre nei neuroni degli esseri umani! Pensano di giocare quando sono solo il giocattolo. Pensano di condividere un pasto quando sono la pietanza. Piangono per non essere considerati alla pari del supposto commensale, quando invece non sanno che e’ grande onore, e di vitale importanza, essere il cibo per colui che vorrebbero loro pari. Tamara, io non sono tuo pari, siamo diversi, e tu dai senso alla mia vita. Questo avrei voluto dirle. Ma non avrebbe capito. Cosi’ le ho afferrato i capelli, l’ho picchiata ferocemente sulla ringhiera, ho sfilato il cazzo dalla sua fica e le ho piantato un colpo forte e deciso nel culo. Le natiche, come di regola, si sono aperte. Si e’ morsa le labbra godendo.

E’ stato in quel momento che ho affondato i denti nella sua spalla morbida, tappandole la bocca con una mano. Ho cominciato a divorarla nel bel mezzo del suo orgasmo. Dire se sono rimasto soddisfatto del mio pasto mensile e’ cosa ardua. C’e’ un tarlo che mi perseguita da tre settimane, un ricordo. Mentre tornavo in albergo, venti giorni fa, devo essere passato accanto a qualcuno che mi ha penetrato con lo sguardo. Non l’ho vista (“vista”, si, perche’ era una donna, ne sono sicuro) ma ne ho sentito i pensieri. Erano immagini, solo immagini, e me le tirava addosso. La sua figura stava, come un airone, ferma e nuda, minuscola, a due millimetri dai miei denti, di spalle, distesa a croce tra il labbro superiore e il labbro inferiore della mia bocca gigantesca. Legata nei polsi e nelle caviglie.

E’ l’airone che ho sognato a Genova, non ne dubito affatto. Mi vola in cerchio sulla testa. Sento che mi sta cercando.

Se avrei voluto mangiare lei piuttosto che Tamara oggi? Ci sono pasti che bastano per un mese. Ce ne sono altri che ti nutrono per l’eterno.

In ultimo ho da dire che ho di nuovo smesso di sognare. Ma che ogni mattina mi sveglio con la precisa sensazione di aver volato sulla schiena di un airone.

Nizza, 6 marzo 2012

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Ho passato l’ultima settimana in albergo.

Le pareti sono damascate, fondo azzurro e ghirigori blu, al centro di ogni parete una colonna, anche negli angoli, di legno antico, scuro. Al centro, tra le otto colonne, ci sono degli ottagoni con fondo alternato, uno verde acido, uno viola. Sarebbe perfetta come ambientazione per una scena di Jean Pierre Jeunet.

In queste notti ho avuto dei vicini scalmanati, credo diversi ogni notte; giusto ieri c’era una coppia, una di quelle che domani scoppierà.

Qualche giorno fa ho incrociato nel corridoio un uomo distinto; non sono riuscita a definire la sua età, sembrava essere indaffarato e forse troppo preso dai suoi pensieri, mi ha sorriso però; in realtà non credo sorridesse a me, sorrideva!
A volte mi soffermo a pensare a cosa la gente pensi vedendomi, altre volte spero non mi leggano nella mente, soprattutto perchè il primo pensiero che faccio non è mai limpido ne lucido, pone le basi solo sulla sessualità altrui ed a volte mi pone qualche domanda nulla mia.
Oggi non so se ho voglia di uscire da questa camera; sono immobile a letto, guardo il soffitto. In realtà riesco a vedermi, ho la mia immagine fissa in mente, mi osservo dall’alto, mi vedo inerme. Sento ogni muscolo rilassato agitarsi di tanto in tanto; è una sensazione strana questa, molto simile a quando si sta per entrare nel mondo di Morfeo ed improvvisamente, vicini alla soglia, si viene bloccati e ci si risveglia. Sì quel fastidioso balzo che a volte ci sveglia e ci fa dannare, perchè sembra che Morfeo non ci rivoglia più con lui e ci giriamo e rigiriamo tra le lenzuola. Io no, io adesso non ho proprio la forza, ne la voglia di dormire o di alzarmi, anzi a dire il vero ho solo voglia di guardarmi un po’, di osservarmi da quell’angolo destro della stanza, lì in alto.
Mi piace sentire come i musoli si contraggono, è il sopravvento di ciò che penso e non dico forse. Brutte abitudini, pessime abitudini.

Ph Akira Gomi

Nizza, 1 marzo 2012

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Questa notte ho sognato. Fatto straordinario per chi vive la propria vita allungata su di un lasso di tempo cosi’ ampio, poiche’, dopo i primi due secoli, ogni fatto che accade durante la veglia viene rallentato dall’esperienza, percepito nei dettagli e assimilato del tutto. Cosi’ poco lavoro resta da smaltire, durante il sonno, all’inconscio. Ma stanotte ho sognato, e di questo mi rallegro.

Ho nostalgia dei sogni come ho nostalgia, sempre crescente, di quel principio vitale che mi muove e che i mortali chiamano anima. Ebbene… nel sogno c’era un airone. Aveva tratti confusi tra un mondo e quell’altro e non sapevo bene come chiamarlo. All’inizio mi faceva ridere, mi incuriosiva. Poi ha spiccato un balzo, un “volo”, per meglio dire. Probabilmente mi voleva venire accanto, ma date le larghe ali, non poteva avvicinarsi se non dopo aver disegnato un lungo cerchio sulla mia testa. Quando e’ atterrato alla mia destra, l’airone s’e’ tramutato in donna. Una donna bambina. Mi ha guardato famelica, come fossi un pesce da pescare sulle onde del mare, col lungo becco. Poi, resasi conto che non era piu’ airone, s’e’ guardata in grembo. Era nuda, e me ne sono accorto anche io quando lei s’e’ guardata. Cosi’ s’e’ rannicchiata sulle lunghe gambe ed e’ arrossita, prima di vincere lo sgomento per il perduto travestimento e tornare a fissarmi negli occhi. Io non potevo fare a meno di spiarle la schiena, la colonna vertebrale piantata come una spada tra le natiche. Le braccia le aveva conserte, subito sotto i piccoli seni. Ho avuto una erezione, probabilmente non solo nel sogno. E lei se ne deve essere accorta, nonostante nella delirante scena onirica indossassi un ampio saio che tutto celava. Era come averla nella testa, nel cervello. Come avessimo identiche terminazioni neurali a parlarci dei nostri due organismi staccati.

Stamattina mi sono svegliato con il sorriso sulle labbra per il fatto di aver finalmente sognato (non mi accadeva dal maggio del 2008). E con il pene duro in maniera, sembra, irrimediabile. Cosi’ ho deciso di uscire alla ricerca di qualcosa in cui sfogare questa rigida disperazione. Carne e sangue, chiedo. So che saro’ esaudito.

Bologna, 29 febbraio 2012

Le mie gambe sono da sempre oggetto d’invidia, per le donne s’intende; lo sono perché gli uomini, i miei uomini, le osservano ed ammirano, mentre le donne, dopo aver abbassato lo sguardo, lo rialzano e fanno una smorfia con il labbro superiore, arricciando la parte sinistra. Per me non sono mai state un problema, da piccola avevo solo vergogna dei miei piedi.
Mi riconosco nella fanciullezza di un bambino, nonostante le curve, la vita stretta (“vitino di vespa” diceva nonna) ed il seno piccolo.
Ho gli anni un po’ confusi, sembro ancora una bambina. All’età di 16 anni ho capito che mi piacevano le donne, anzi no, a dire il vero ho capito che mi piacevano anche le donne.
Sono fugace, vivo con la testa perennemente in aria, sono frivola forse; spesso perdo tutto ciò che ho tra le mani, poi mi sorprendo nel ritrovarlo. Mi sorprendo con poco in realtà.
Mi piace pensare che il tempo riesca a sorprendermi, che non ci sia apparentemente, eppure ho sempre avuto timore che potesse sfuggirmi, spesso mi si è anche scaraventato contro, ho temuto che potesse correre più di me, così ho smesso di dormire per giorni, una volta.
Non so cosa mi abbia portato ad essere la donna che sono, a volte dimentico persino che ci sono, molto spesso mi chiedo se davvero mi è stato dato il permesso di essere.
Ho visto nella mia carne i giorni vissuti, ripercorrendoli non sono certa di averlo fatto davvero.

Ph Gabriele Rigon

Genova, 22 febbraio 2012

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La prosopopea della vecchiaia non mi appartiene. Ho difficolta’ enormi nel far credere a chi mi parla che la mia eta’ sia questa, e non altra. La benedizione che gli esseri cercano, per me e’ il mistero malato, il nero che infrange i ranghi e invade i banchi di un mercato. Cosa sara’ dell’uomo quando questo corpo avra’, come adesso, le sembianze e la forza di un cucciolo cresciuto, di un toro da monta, di un cavallo al galoppo sulle contrade di Spagna, e lo spirito invece, sara’ ormai cenere spremuta che il vento vi soffiera’ in faccia? Perche’ dentro, il tempo, mi coinvolge eccome, mi presta a credito pensieri ed emozioni, sapendo bene che tutto sta per finire. Duemila anni non sono scritti in bella grafia sul volto disteso. Duemila anni non stanno stampati nemmeno sulla carne, sulla pelle, sui muscoli. Accennano una curva strana giusto sul sorriso. Ma bruciano la benzina che mi muove, in gran segreto. Bruciano a grandi manate il Destino. E quello si compie, senza timore e senza ribrezzo. Si consuma come fosse il ceppo di un tronco incendiato. Qualsiasi sia il taciuto che non posso rivelare, questa e’ la mia condizione attuale. Nulla per me resta, tutto e’ in divenire. Tutto, tranne le gocce di sole che mi colano lungo il corpo e che la terra assorbe. Non piu’ amici, non piu’ amori, non piu’ sorprese o dispiaceri. E l’esperienza tace. L’esperienza, anche lei benedizione che alcuni cercano con fatica, per me e’ come la morte. Per il mio corpo giovane che contiene i secoli, e’ il velo che ogni allegria, ogni sussulto, estingue e avvolge.