Le mie gambe sono da sempre oggetto d’invidia, per le donne s’intende; lo sono perché gli uomini, i miei uomini, le osservano ed ammirano, mentre le donne, dopo aver abbassato lo sguardo, lo rialzano e fanno una smorfia con il labbro superiore, arricciando la parte sinistra. Per me non sono mai state un problema, da piccola avevo solo vergogna dei miei piedi.
Mi riconosco nella fanciullezza di un bambino, nonostante le curve, la vita stretta (“vitino di vespa” diceva nonna) ed il seno piccolo.
Ho gli anni un po’ confusi, sembro ancora una bambina. All’età di 16 anni ho capito che mi piacevano le donne, anzi no, a dire il vero ho capito che mi piacevano anche le donne.
Sono fugace, vivo con la testa perennemente in aria, sono frivola forse; spesso perdo tutto ciò che ho tra le mani, poi mi sorprendo nel ritrovarlo. Mi sorprendo con poco in realtà.
Mi piace pensare che il tempo riesca a sorprendermi, che non ci sia apparentemente, eppure ho sempre avuto timore che potesse sfuggirmi, spesso mi si è anche scaraventato contro, ho temuto che potesse correre più di me, così ho smesso di dormire per giorni, una volta.
Non so cosa mi abbia portato ad essere la donna che sono, a volte dimentico persino che ci sono, molto spesso mi chiedo se davvero mi è stato dato il permesso di essere.
Ho visto nella mia carne i giorni vissuti, ripercorrendoli non sono certa di averlo fatto davvero.

Ph Gabriele Rigon

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