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Del passato ho poca stima.

Benche’ la consapevolezza che il tempo, per me, non sia un confine serio in divenire, lasci poco margine agli arzigogoli forsennati che la mente degli altri esseri umani compie fabbricandosi e rielaborandosi il ricordo dei fatti vissuti, lo stesso io poca fiducia ripongo nel mio sistema evocativo e nella mia memoria. Chi lo dice che non mi giocano qualche altro tiro, di tipo magari differente ma comunque mancino, quando tento di ricostruire cio’ che fu?

Ieri ho sognato ancora.

Nel sogno c’e’ una ragazza che sorride. Sta seduta, coi gomiti piantata in un tavolo e scrive. E’ nuda, e attraverso la finestra si intravedono le punte degli alberi dei giardini Margherita, a Bologna. E’ una studentessa. Le gambe le ha di poco divaricate, la testa chinata, immersa. Come un sommozzatore sta, alla ricerca dell’anello di un qualche imperatore romano: Sprofondato deve sembrarle, il monile, negli abissi da una tempesta. Sul letto l’attende un’altra donna, ma io non la vedo in volto, poiche’ nel sogno io sono il ferro, la testiera del letto frapposta tra le sue spalle e il muro. Non le vedo il viso ma le spalle si. E sulle spalle di questa seconda donna sono evidenti i graffi. Segni di unghie, di cinghie, di corde e di zanne. Mi accarezzo con le mani i ghirigori metallici che compongono il mio corpo onirico. Esattamente come accarezzerei i canini, se fossi un giaguaro sull’arena e lei una giovane cristiana. Mi accarezzo le barre a sostegno della mia struttura. Esattamente come mi accarezzerei il pene duro, se fossi li’ alle sue spalle e fossi di carne. Nel sogno so esattamente cosa cerca la prima donna seduta alla scrivania. So di quale monile si interessa. E so che su quel monile c’e’ impresso il volto della ragazza di spalle adagiata sul letto. So anche che la riconoscerei subito se potessi guardare. l’anello o il suo volto. Ma l’anello imperiale e’ al mio dito, nascosto, e il dito e’ un cerchio freddo e rigido di ferro immobile.

Quando mi sono svegliato, questa mattina, mi sono affacciato dal balcone dell’albergo e ho guardato ad occidente. Oltre il verde adriatico stanno quella schiena, quel nome e quel corpo fiorito. Saperlo e’ come contare le formiche per riconoscerle tra un anno. Non serve a niente. Quello che mi serve e’ attraversare il mare. Perche’ qui ed ora, in questo inverno umido di scogli e muffa, mi sembra solo di conoscere l’odore di un pasto sfuggito alla consapevolezza. Mi sembra solo di essere sicuro di qualcosa che non so se e’ leggenda, consuetudine nel mio narrare, o scoperta. Qualcosa che e’ una favola di un arcaico narratore che me la lascio’ in pegno, o la verita’. Qui, cosi’, da questo mare, cio’ che leggo in me e’ l’amore per l’airone che non mi vola piu’ accanto da 20 secoli, la laboriosita’ che non sperimento piu’ da allora di quelle labbra che mi bevevano il seme, la pazzia del mio verbo che le cuoceva l’ano sfregandoci dentro e che piu’ non compie il prodigio da 2mila anni, il nostro legame di fratello e sorella che conosco e mi sfugge, come mi sfugge a tratti la verita’ dei nostri nomi sussurrati negli ansimi del delirio d’amore e morte. Di noi immortali, flebili nascosti all’ombra di un destino da Dei carnali. Identici per sempre a come eravamo quando le stringevo la chioma e la chiamavo Drusilla. Quando torceva il collo e strappava, con le labbra, la febbre dalle membra del suo gemello Caligola.

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